LA VERITÀ, TI RACCONTO, SULLO SZIGET

Aeroporto di Budapest,

ore 5.25 del mattino dove se non hai questo

non si capisce perché tu sia qui perché, oggi, da Budapest si torna a casa o in un posto che si fingerà tale per qualche altro giorno e che certamente non potrà essere più scomodo di dove si è appena stati.

Ecco la verità, ti spiego, sullo Sziget:

Dopo averti lasciato – dando per scontato che ti sia letto il post precedente – con le aspettative, adesso ti racconto il VS Realtà.

Partendo dalla difficoltà dell’arrivo:

Quante isolette in mezzo al Danubio della stessa forma ci devono essere a Budapest, secondo te?

Sono due. Quindi su quale pensi che sia capitata? Finché dopo 6-7 km a piedi, attraversando giardini stupendi popolati da sportivi, nonni, bambini e chiunque altro non fosse interessato allo Sziget, ho smesso di meravigliarmi di non sentire la musica e ho ripreso in mano Google Maps.

La perquisizione:

Se in aeroporto vinco il “controllo a campione” praticamente sempre, allo Sziget mi hanno semplicemente osservato lo zaino.

In compenso è stato quasi come partecipare a una puntata di ‘Airport Security da spettatrice dal vivo. Hanno controllato dentro il mascara di una ragazza – fiato sospeso ma non c’era niente – hanno trovato però dell’ alcol in un pacchetto di patatine – bocca aperta – e gli altri che mi hanno sbalordito ma che non sono stati scoperti hanno utilizzato un cartoccio del latte a lunga conservazione per portarsi del Gin e lo hanno richiuso ermeticamente.

Privacy in teoria:

Non era un albergo ma mi aspettavo almeno una cosa da ostello. Qualcosa tipo caserma diviso uomini e donne al “chiuso” e invece, con la fascia in testa a lavarmi la faccia mi hanno vista anche in Parlamento.

Notte in tenda – prima parte

Mi sono svegliata ridendo più volte, era per non piangere ma ho riso per davvero al pensiero che stessi scontando delle pene che non avevo ancora commesso con la speranza di potermi permettere in futuro un periodo di sole gioie.

La prima notte – stanca prima di iniziare – sono andata in tenda prestissimo, tipo all’1. Ma la musica sono riuscita ad ascoltarla fino alle 6 del mattino anch’io. Tra una hit e l’altra però, ho avuto anche molto freddo e poi molto caldo, ho scoperto che se non hai un materasso è meglio non dormire di lato, che l’asciugamano può diventare cuscino ma che lo zaino è ancora meglio.

La sveglia, ma visto il dormiveglia precedente chiamerei Alzata perché ho solo dovuto mettermi in verticale rispetto a prima è stata mortale: schiena a pezzi, il collo mi permetteva di guardare solo l’orizzonte e le spalle cercavano di mantenere una stabilità ma che risultava troppo rigida per il mio avvenire, così sono andata alle Terme a lavarmi e farmi massaggiare per 20 minuti abbondanti, rimediando così ad ogni eccesso della sera prima.

Notte in tenda – seconda parte

La strategia è stata quella di “stravolgersi per riposarsi”, come quando ti dicono che bisogna perdersi per ritrovarsi. Sono andata in tenda stanca morta, mi sono sdraiata e ho dormito.

La sicurezza che non ti aspettavi, la guardia che continuavi a tenere: una zip era l’unica cosa che separava ‘tutte le nostre cose’ dagli Altri.

Ogni volta che si tornava in tenda la si apriva con quel mix di terrore di non ritrovare uno zaino, di speranza di rivederlo nella stessa posizione in cui lo avevi lasciato e di eccitazione al pensiero di trovare qualcuno con le mani nel sacco. Detto ciò nessuno ha rubato niente a nessuno perché sembrava di essere all’interno della comunità dei giocolieri e artisti di strada che stanno ai semafori, per cui sembrava ci fosse un silente accordo per non rubarsi le piazze.

7 – Dalle 18 in poi:

I “Big” iniziavano tutti verso le 21 ma per poter vedere qualcosa bisognava essere in zona quasi un’ora prima. Dalle 18 in poi ci si preparava allo spettacolo, ragazze alla ricerca della luce davanti a uno specchietto da borsa per truccarsi, pettinarsi e appiccicarsi i brillantini disegnando il viso di luce. Uomini che si radevano con rasoi a pile, indossavano camicie appena tirate fuori dallo zaino, si profumavano e si facevano appiccicare i brillantini anche loro per poi andare in scena tutti insieme, almeno per una volta davanti a quel palco. Grande quanto l’Europa, piccolo come un borgo, divertente come un luna park, faticoso come una scalata fino all’ultima cima, quell’esperienza che fai una volta nella vita e grazie alla quale torni a casa da eroe.

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